Gianni e Consuelo si incontrano a Santarcangelo nell’autunno 2001 all’interno di “Zampanò”, un progetto ERT/Santarcangelo dei Teatri che si conclude con lo spettacolo “Dammi almeno un raggio di sole”(regia:Iodice, Abel); da allora condividono esperienze teatrali e non, organizzando laboratori per le scuole, partecipando a seminari e spettacoli, lavorando come camerieri e lavapiatti, spartendo libri, auto, acqua, luce e gas.
Conoscono Alessandro a Cesena durante le selezioni per il corso di formazione “Epidemie” organizzato da CEE, ERT, Ravenna Teatro e guidato da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. Insieme (Novembre 2003) entrano a fare parte dei quindici ragazzi che seguiranno il lavoro delle Albe fino alla realizzazione dello spettacolo “Salmagundi”.
Durante questa esperienza nasce l’idea di un progetto comune che iniziano a discutere e provare durante l’estate a Pieve S.Stefano (AR), ospiti dell’amico Luca Ricci (aiuto regia in “Salmagundi” e regista della compagnia Capotrave).
Tutti sono alla prima esperienza come ideatori, autori e registi di uno spettacolo, ed è una scelta concordata fin dall’inizio che questi ‘ruoli’ non siano suddivisi nettamente, per cui non esiste una sola figura di regista o drammaturgo o scenografo.Il lavoro concreto della scena ha comunque seguito un naturale percorso di adattamento alle diverse attitudini dei componenti, quindi una sorta di ‘specializzazione’ e distribuzione dei compiti c’è stata, sempre supportata da discussioni e confronti.Siamo ben lontani dall’aver trovato una ‘nostra poetica’; esiste invece un comune sentire il Teatro.
La volontà di esplorare questo fermento, questa idea che ci unisce, ci ha spinto verso un nuovo progetto, piuttosto che verso esperienze disparate con diverse compagnie, che nel migliore dei casi possono arricchire un bagaglio tecnico e culturale, ma che portano comunque facilmente a perdersi nel mare degli attori comodamente salariati e poco saporiti di cui il teatro italiano è gremito.
Già nei primi passi di questo tentativo incontriamo i soliti impedimenti del teatro italiano: la mancanza di uno spazio, l’assenza di fondi, il monopolio dei pochi, brutti e cattivi. Poi c’è la distanza fra le rispettive dimore (Pompei-NA, Casola Valsenio-RA, Fiume Veneto-PN), per sorvolare sui problemi strettamente legati alla scena.
La logica dello scambio, imperante anche e soprattutto fra le compagnie minori (per ovvi motivi di sopravvivenza), non permette a chi non ha ‘date’ da offrire, di trovare un varco in questo tremendo meccanismo, che pure risulta in parte comprensibile visto i tempi che corrono.
Se delle prove in un tetro attrezzato ci sono state, è merito della solidarietà di chi ha vissuto in prima persona queste difficoltà, e che con tenacia (ed una buona dieta) è sempre riuscito a cavarsela.






