Una breve nota scritta a margine: Postilla.
Riflettere sul teatro attraverso se stessi modificando l’idea e l’essenza
stessa di spettatore. Nessuna comunità a difendere il tuo stato. Una solitudine
attiva che riavvolge il tempo e lo spazio confondendo ogni percezione. Il
guardare e l’essere guardati si sovrappongono. Una presenza sarà la richiesta e
una scelta sarà l’azione. Una firma contrattuale a garantire l’inizio del patto
e la possibile resa risolutiva. Poi la trasformazione: che cosa divento ora IO
là dentro. Spettatore? O qualcos’altro? Spaesamento onirico: perdita del luogo
sicuro, o meglio rassicurate, che implica anche una perdita del proprio ruolo
solito. “Che ci fai qui?”: è la domanda continuamente ripetuta. L’inizio è un’
attesa. Attendo davanti ad una porta chiusa. Si apre con un nome: il mio.
Scollamento, un dentro e un fuori, un prima e un dopo, un io e un altro io.
“Francesca, entra”. Questioni mai prima poste percuotono i pensieri: come
entrare, come sedersi, cosa aspettare. È l’ingresso del Teatro Verdi, una sorta
d’inquietante ufficio: una scrivania, due sedie e una lampada a illuminare.
Immagini archiviate subito riaffiorano. Luci soffuse illuminano le due
scalinate laterali che stringono come in una morsa. Guardarsi attorno: il volto
velocemente rivolto da una parte all’altra dello spazio vuoto. Rimango seduta.
Sola in questa sorta di hall da Overlook hotel aspetto mentre i sibili d’
inquietanti note aleggiano nell’aria. Arriva una persona vestita elegantemente
di nero. “Che ci fai qui?”. Mi porge una penna e questa, distesa sul tavolo, mi
guarda mentre la richiesta invade sempre più velocemente lo spazio e la mente.
Una firma è quello che chiede. Il mio nome e cognome stampato su quella specie
di contratto solo per accedere allo spettacolo: donare la propria anima al
diavolo in cambio della visione. Firmare: una scelta che implica un
abbandonarsi. I suoi occhi si trasformano colpendo prepotentemente i miei con
un’accusa: ma quale? Varco il secondo luogo. La porta si spalanca e io resto
fuori. Entrare? Penetrare in quel luogo conosciuto (è solo una platea) ma in un
modo totalmente differente. Sola, nessuna maschera a inoltrarmi in quel
cammino, ad aprire quella porta per assistere a un evento che si svolge solo
per me. Entro. Indipendenza passiva e volontà illusoria. Sono io che potrei
guidare la scena come un regista esterno? Potrei cambiare scelta: andarmene?
Non è possibile: come in un sogno così irreale da rendersi conto di stare
sognando ma allo stesso tempo così reale per la totale impossibilità di
dominare e dirigere le proprie azioni all’interno di quella sorta di dimensione
onirica a metà. Stato di veglia. La platea è vuota, il palco è vuoto. Tutto è
immobile. Solo una scala illuminata e una figura che si anima. Ma sta qui il
teatro? Assisto in piedi all’azione ma irrequieta. Che devo fare? Come mi devo
sistemare? Non riesco a guardare, non riesco a capire che sta succedendo. Ma è
necessario? Lo spazio inizia a riempirsi e lei, una sorta di musa tentatrice,
tagliando col suo corpo quell’aria densa, si allontana fino a raggiungere il
centro della platea. Si gira, mi attende e mi richiama. La seguo e mi perdo
totalmente. Non so dove guardare. Mille occhi, mille sguardi percuotono il mio
corpo che faticosamente avanza. Frecciate di sguardi che arrivano da non so
dove. Mi giro, cerco figure o ombre ma c’è solo una sala vuota a guardarmi
fissamente. Poi varcare quel luogo cosi straniero. Salire una a una lentamente
le tre scale di quel palco con un peso addosso che sembra sprofondarmi piano
piano. Sipario. Al di là un nuovo spazio. In un angolo un tavolo apparecchiato
e le due figure di prima che mangiano in piatti vuoti e parlano. Io sono là, lo
sanno e mi vedono ma continuano. E di nuovo arriva, quella sorta di maschera, o
forse spettatore, che mi ha invitato a entrare all’inizio: ripete “Che ci fai
qua?”. Mi sta a fianco. Chi è? È solo un attore? O uno spettatore della scena?
Guarda e ride. Inquietantemente: “Fingono di mangiare portiamogli qualcosa di
reale”. Il tempo si ferma riavvolgendosi continuamente su se stesso.
Ripetizione. Resto immobile aspettando altre indicazioni. Un nuovo luogo. Un
siparietto teatrale con due poltrone rosse poste davanti si rivela. Sono
invitata a sedermi e a godere della visione. Ma in questa sorta di piccolo Club
Silencio è la mia azione iniziale che vedo riflessa. La scelta in scena e lo
sguardo in platea. Perdita di ogni percezione. Perché continuare a guardare?
Lei esce dalla scena staccandosi improvvisamente dal fondo. Si avvicina e un
telefono squilla. È l’esterno che mi richiama? No. È quella voce che poco
prima, da quel tavolo, parlava allo stesso telefono: le frasi udite si
accavallano nella mente mentre spazio e tempo si sovrappongono mescolandosi
definitivamente. Una domanda e una lenta e pensosa risposta. Sì. Che fare?
Nessuna indicazione a guidarmi. Mi guardo attorno e riavvolgo il cammino.
Mentre ritorno sui miei passi tutto mi appare di nuovo diverso: il tavolo, i
due vassoi di frutta con quelle mele che sembrano accusare il mio osservare, il
sipario rosso dentro al quale per attimi che sembrano interminabili mi perdo,
il palco e di nuovo quell’immensa sala vuota che toglie il respiro.
Attraversarla di nuovo. Cammino. Poi ancora quel foglio con il mio nome
impresso per ben due volte sopra. “Devi lasciarmi qualcosa di tuo per riavere
il contratto” e quindi l’anima. Perché? È il momento peggiore. La nuova scelta.
Riaverlo per riaversi? Per poter poi sviluppare meglio il proprio spettacolo
mentale? L’unica via d’uscita forse è lasciare una traccia del passaggio.