La cara amica Beatrice Buzi, collaboratrice della rivista “Lo Straniero”, diretta da Goffredo Fofi, ha assisitito alle prove aperte faentine lo scorso 14 Dicembre. Ci ha spedito un commento che ci è piaciuto molto e che riportiamo qui sotto. 

Gli invitati sono assenti. Assenti da sempre. Ad ogni squillo di campanello entrano ogni volta come loro delegati dei pacchi regalo. Il meccanismo non si ferma, la routine delle formalita’ si realizza nei minimi dettagli. Dall’uscio non entra nessuno e dal vuoto delle scatole la donna estrae l’ennesimo paio di guanti di lattice, un pezzo dell’ingranaggio, in regalo. La festa e i suoi preparativi sono l’ennesima messa in scena, e se ne esibisce il vuoto tragico come trama essenziale.

L’assenza degli invitati e la mancanza di un qualsiasi dialogo sensato rendono questo vuoto via via più irritante. L’assurdo incalza e si rivela ad ogni gesto, in ogni battuta, nelle forme più proprie dei rituali familiari, acquisiti, imposti, senza scampo. Gli ingranaggi interni ai meccanismi della routine sono esibiti da subito. Da sempre. Come il gocciare del rubinetto che perde, che rintocca il tempo dell’assurdo. O il semaforo posto sul fondo della scena, che accende inesorabile le sue luci, imponendo i suoi divieti e dettando le sue licenze. Come gli ingranaggi seguono il senso della routine , così i gesti eseguono il loro rituale domestico.

L’azione della donna e quella dell’uomo si fanno più frenetiche di fronte a questa assenza divenuta insopportabile. Viene messa a nudo e portata all’esasperazione la ripetitività dei gesti quotidiani (lavare i piatti , sistemare i biscotti, buttare lì una chiacchiera, attendere..), quella fitta rete di obblighi che noi stessi ci imponiamo e in cui intendiamo, alla fine, sopravvivere. La donna comincerà a scagliare rabbiosamente i piatti di vetro a terra, uno dopo l’altro e a seguire con lo sguardo la fuga dei vetri impazziti, mentre l’uomo fagocita avidamente l’ordinato castello di biscotti, sbriciolandolo con violenza. La festa avrà inizio, e la rovina si compierà in una danza psichedelica, dionisiaca e liberatoria. Successivamente, nel silenzio finale, il semaforo verrà abbattuto.

L’uomo-automa deve guardare se stesso per autodistruggersi . L’assurdo si lascia ascoltare. Bisogna ascoltarlo nella goccia del rubinetto che ne scandisce i tempi, e guardarlo nel lavorìo sordo e nei dischi colorati del semaforo. Bisogna riceverlo nel vuoto delle relazioni sociali, sentirlo nell’ individuale incapacità di reagire e nella sotterranea complicità di questa impotenza. Bisogna guardarlo, finalmente, a partire dall’esasperazione dei suoi stessi dispositivi, quelli che noi scegliamo con i gesti più semplici e che ci rendono ogni giorno inesorabilmente complici.