ARTICOLO SCRITTO PER ES.TERNI IL 23/09/2007 

Bella, bellissima Semiramis. Pazza, espressiva, comica. Consuelo Battiston dei Menoventi è Semiramis. L’attrice emoziona la forza, fragilità e follia del suo personaggio. Tra le pareti bianche di una stanza asettica Semiramis in bianco, deforme, curva, scrive con il rossetto sulle pareti, parla e si impaurisce, chiede e si risponde, scrive e sorride. Seguire il suo pensare, in quelle 4 mura da manicomio, affascina. Il bisogno di essere amata, di sentirsi amata è un grande cuore disegnato in un angolo della parete di destra. I desideri sono in una scritta: “non si può cambiare argomento?”, disegnata a sinistra dello spetattore. E poi grande al centro in una intera parete la dicitura“ Profezia: sei nata da violenza, semini violenza”, è il ripetersi della storia, sono le costrizioni mentali, le idee che ci tarpano le ali. Semiramis è una creatura comica che parla con uno specchio, crede che un eco le risponda, si innervosisce, si innamora, equivoca parole e situazioni. Semiramis tocca le corde dello spettatore esasperando la sua umanità: fragile ricorda a tutti che siamo fragili, esseri umani che sbagliano, siamo perfino ridicoli nel nostro egocentrismo, nella vanagloria e nella nostra superbia. Lei è li, specchio del nostro ego rattrappito. Ma Semiramis è anche altro, la grandezza dell’uomo. Chiusa nelle sue 4 mura Semiramis capisce che può qualcosa: può rompere le pareti, può cambiare, può allora affrontare le proprie paure. Dalla crepa spunta una crema che le dà il potere di cancellare le proprie paure. La pazza interpella il pubblico e gli spettatori questa volta la temono e la ammirano, libera uscire di scena o presa a cancellare con gioia la scritta della profezia, lasciando intatti cuore e desideri.

Francesca Bianchi

Iniziamo con Semiramis. Com’è nata l’idea e la scelta di ispirarsi a questa figura?
Gianni: A dire il vero la partenza è stato un caso, come spesso accade, nata leggendo l’opera di Calderòn, La figlia dell’aria. Qui inizialmente, ci siamo focalizzati sulla parola “potere”, che si fonde molto bene con il tema della libertà, di cui ora si parla. L’opera di Calderòn affronta questa figura di ambizione e di potere in modo diverso dal solito, con una forza che ho ritrovato solo nel Caligola di Camus.
Consuelo: Oltre che in Macbeth, a cui molto in questo lavoro ci siamo ispirati.
Gianni: In Calderòn la visione dell’ambizione è un equilibrio precario che ci pone in bilico tra il giustificare alcune azioni e scelte che questa figura fa e il condannare queste stesse scelte. Leggendo il testo non riuscivo realmente a prendere parte, non sapevo se condannarla o assolverla, e questo mi ha portato a una rivelazione rispetto a una concezione del potere che di solito viene percepita come negativa. Mi ritorna ora in mente la frase di Dürenmatt, che abbiamo inserito nell’opuscolo: «E siccome il mondo ha fatto di me una puttana, adesso io ne faccio un casino». È cioè sempre possibile comprendere delle scelte nello stesso momento in cui si condannano. Semiramis è un personaggio davvero molto complesso, che ci ha fatto riflettere sulla questione della molteplicità, innanzitutto della sua molteplicità, e sul tema del doppio, anche se questa figura non è un doppio, ma è un quintuplo. Calderòn dipinge Semiramis come una fiera razionale ed è proprio intorno a questo, a questa definizione, che è iniziato il lavoro e così la costruzione del personaggio per Consuelo. Leggendo Bataille e Agamben, ho poi approfondito il tema del doppio. Esiste una stretta connessione tra il sovrano e l’uomo lupo antecedente la ius civile. L’animale è antecedente al sovrano. È un tema che stiamo investigando e su cui c’è ancora molto da capire. Abbiamo preso il lupo come riferimento per costruire il personaggio, quando non sapevamo come “friggerla”, non tagliarla ma proprio friggerla. È la base del personaggio. Successivamente, amando Enzensberger, scoprimmo solo dopo un mese del suo confronto con Calderòn, una conferma ulteriore della sua influenza nel nostro percorso, seppure qui tornato in maniera totalmente diversa. Ecco, questo per dare il motivo concreto. Motivo più nobile e meno concreto è stato invece il fatto che la figura poteva essere una sfida interessante per Consuelo, oltre che un modo di crescere e di provare una cosa completamente diversa dal lavoro precedente. Mentre leggevo Calderòn comunque, la vedevo assolutamente nel suo volto.
È lecito, in Semiramis, parlare di follia?
Consuelo: Io credo che in realtà tutto dipenda dalla partenza dall’animale. Quello che può sembrare folle è semplicemente un comportamento che non sottosta a regole, come un feto appena nato. Semiramis è un animale che si muove in rigidità con un desiderio molto forte ed è prima di tutto corpo, un corpo molto rigido e all’erta.
Gianni: Preferirei non usare il termine follia ma parlerei piuttosto di un desiderio estremo, corollario a un isolamento altrettanto estremo. Il luogo originario del dramma era una grotta ma quando siamo venuti qui, durante il sopralluogo, di grotte chiaramente non ce n’erano e abbiamo dovuto adeguarci. La grotta era per noi l’emblema dell’isolamento, la discesa negli inferi e nella profondità della persona. Inevitabilmente ora le piastrelle hanno posto il richiamo al manicomio e quindi alla follia. In un altro luogo, tuttavia, probabilmente sarebbe risaltato di più l’elemento animale.
Come avete lavorato a questa costruzione?
Consuelo: Come approccio al lavoro pratico, prima di soffermarmi sulle singole improvvisazioni, mi sono concentrata sulle qualità di movimento che quella persona avrebbe potuto possedere. Piccole pagliuzze, gesti, un preciso modo di camminare, di appoggiarsi sui piedi, di indicare o ancora l’uso degli occhi.
Gianni: Si tratta per noi di qualcosa di nuovo. Il lavoro precedente era costruire una figurina, non un personaggio. Qui ci siamo rapportati a un testo con un lavoro di tipo più tradizionale, che ormai non fa più nessuno. Lo studio sull’attore è stata una sfida e la volontà era quella di arrivare a un lavoro che fosse diverso dal precedente.

Dopo In festa, la critica ha visto in voi dei debitori di Ionesco e del teatro dell’assurdo. Vi ritrovate in questa definizione? ?
Gianni: Di Ionesco sì, dell’assurdo no. Si tratta piuttosto di un tentativo di definizione, c’è una macchina, un ingranaggio, una macchina che non ha bisogno di calore per funzionare.
Consuelo: A me piace fare l’esempio della mela. Una mela ha una sua forma, la nostra mela ha una piccola gobba al suo centro. Cerchiamo una trasfigurazione della realtà che può far porre un interrogativo allo spettatore sulla realtà stessa.

La realtà contemporanea è assurda?
Gianni: La realtà contemporanea è totalmente assurda e sembra normale. Sembra molto lontana dall’uomo e l’interrogativo shopenaueriano lo vedo oggi ancora più importante. La realtà si distingue dalla percezione? Mi sembra che oggi la percezione dell’uomo sia già molto lontana anche da una realtà velata.

Tornando a Semiramis, mi è sembrato di scorgere nel suo atteggiamento una certa tensione ironica, è effettivamente così? L’ironia può essere considerata teatralmente utile?
Gianni: In realtà credo che nella seconda replica questo sia venuto a mancare, benché fosse nella volontà iniziale. L’ironia è per noi una cifra importante, per quello che sappiamo fare, non credo tuttavia che sia fondamentale nello spettacolo di chiunque. L’ironia è come affermare una cosa e subito dopo smorzarla e negarla.
Consuelo: È un portare e un togliere, portare e togliere.
Gianni: L’ironia a cui mi riferisco si esprime tramite il meccanismo e l’artificio. In Semiramis ci siamo concentrati su un’ironia mimica, abbiamo pensato a suggestioni nuove, come l’Espressionismo tedesco e Metropolis, a cui ho ripensato molto per il lavoro su Consuelo.
Consuelo: Per me c’è anche la voglia di prendersi in giro.
Gianni: Sì e poi l’ironia, come la mimica, passa senza mediazione teoretica e facilmente raggiunge chiunque. È un aspetto a cui teniamo. Alessandro, che in questo lavoro non è coinvolto direttamente, definiva lo spettacolo precedente «surreal-popolare», a segnalare l’importanza dell’aspetto popolare. Lo stesso vale per il lavoro sul personaggio di Consuelo, sono due cose che possono essere comprese nella direzione del popolare. Le scritte sul muro e il substrato del lavoro certo non sono popolari, ma abbiamo cercato in tutti i modi di restituire questo aspetto instaurando una relazione emotiva con il pubblico. Lo spettacolo precedente poteva essere definito assurdo e freddo, gli elementi comici e l’ironia erano meccanica, ingranaggi, una questione di calcolo preciso e di gesti riproducibili. Il rapporto emotivo è invece più rischioso. L’ingranaggio calcolato al millimetro funziona…
Consuelo: Se non si inceppa. Il rapporto emotivo credo sia più suscettibile al cambiamento di spazio, se non c’è. Cambia ogni sera, pur non modificando niente di sostanziale. Ogni giorno c’è una piccola rettifica e modifica. Questo spazio per esempio è stata l’occasione di poter lavorare con un riscontro.
Gianni: Anche perché in questi giorni, attenzione, non si replica ma si lavora.
Consuelo: Ed è inoltre un’opportunità per una compagnia fuori sede come la nostra.

Si è parlato di popolare, possiamo riconoscere al termine una sfumatura politica? L’arte oggi, può ancora avere questa valenza?
Gianni: No, io credo non possa esistere. Bisogna porsi degli interrogativi ma non tentare di convincere qualcuno. Chi va a vedere un teatro di un certo tipo, già la pensa in un certo modo. È rischiosissimo tentare di far passare un’idea politica per una questione prima di tutto linguaggio. Esponendola con chiarezza, non convinci nessuno. Si rischia di incorrere nel documentario e difficilmente, penso, il documentario può cambiare l’idea di una persona. Provare ad arrivare a un linguaggio diverso è la scommessa. Fai fatica a “dire una cosa” allo spettatore, puoi riuscire al massimo a indurlo a degli interrogativi ma non a dargli una risposta. Sarebbe totalmente inutile.

In Semiramis entra in campo anche la violenza.
Gianni: Sì, in connessione con il tema della libertà, tema che ho ritrovato anche nel Caligola di Camus. La deprivazione dei sensi cui è sottoposta Semiramis è una forma di violenza che le dà l’idea che l’unico modo per raggiungere una certa forma di libertà sia l’utilizzo della violenza stessa. La libertà di cui godeva l’uomo antecedente la ius civile era la possibilità incondizionata di scatenare i propri impeti. Proprio in questi giorni ho incrociato la definizione sul vocabolario: violenza è la forza incontrollata che distrugge, priva di controllo, istintivamente. Per chi è nato con violenza, questa rimane la prima immediata forma di libertà. La vera violenza, in Semiramis, è nel non poter seguire il proprio destino. È il concetto di libertà ellenica quello a cui facciamo riferimento, il diritto di seguire il proprio destino.
Consuelo: C’è anche del fascino in tutto questo. Spesso mi sono chiesta, in fondo, chi non vorrebbe essere come lei? Le persone che non agiscono come lei, molte volte non lo fanno per mancanza di forza, di coraggio. Semiramis è una figura pericolosissima di cui parlare. Preclude ogni tipo di relazione. Semiramis sarà sempre sola, e la solitudine può aumentare la violenza stessa, rendendola una libertà priva di gioia.
Gianni: Enzensberg parlava della condizione del politico moderno come una condizione di deprivazione di sensi. Un individuo bendato, costretto all’interno di un cilindro pieno di un liquido, privato di luce, annientato nel tatto come nell’olfatto. È la stessa condizione di Semiramis. L’isolamento totale, che può provocare una reazione, che nell’isolamento del manicomio vive una situazione di “ospedalismo”, che può provocare allucinazioni. Quello che Semiramis vive in questo quarto d’ora, d’altra parte, non è altro che un’allucinazione.

I Menoventi sono nati da una serie d’incontri personali e suggestionati dall’incontro con altri artisti. Tra questi non possiamo non ricordare quello con Marco Martinelli ed Ermanna Montanari al laboratorio “Epidemie”. Pensate che il loro approccio abbia influenzato il vostro percorso?
Gianni: È una domanda che ci pongono spesso. Direi di sì, anche se in parte, e soprattutto da Marco, è soltanto da un punto di vista metodologico. Cerchiamo infatti di stare molto attenti, di imitatori delle Albe ce ne sono già abbastanza. È giusto ricevere delle influenze ma queste devono essere applicate alla tua sensibilità e il risultato deve essere diverso. Martinelli non è un ricettario è un consigliere.
Consuelo: Un’esperienza comunque intensa, abbiamo imparato a vivere la replica e lo spettatore. Ci ha insegnato a capire cosa vuol dire la capacità di ripetizione: cercare ogni volta di ricreare lo stato zero.

I Menoventi sono Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele. La compagnia nasce dall’incontro tra Gianni e Consuelo, a Santarcangelo nell’autunno 2001, durante il progetto Zampanò, organizzato da ERT e Santarcangelo dei Teatri. Uniti da comune sentire teatrale, i due collaborano all’organizzazione di laboratori per le scuole, seminari e spettacoli, fino alla scoperta di Alessandro, nel novembre 2003, all’interno del corso di formazione Epidemie, guidato Marco Martinelli e Ermanna Montari per CEE, ERT e Ravenna Teatro e debuttare con le Albe in Salmagundi, nel luglio 2004. Ma sarà In festa, nel 2006, lo spettacolo che, tra le suggestioni di Ionesco, De Chirico e Radiohead, li lancerà come emergenti. I laboratori La Cantantrice Calva e La balza (ancora in fase progettuale), sono, con Semiramis, gli ultimi lavori della compagnia. Compagnia anomala, quella dei Menoventi, che vuole definirsi lontana da precisa poetica quanto da ruoli. Menoventi è un dato, una temperatura. Che sia fredda, freddissima, poco importa, basta andare a casa e guardare il termometro al contrario. Oppure mettere sottosopra la realtà.

LUCIA COMINOLI

 Menoventi: “Una soluzione c’è: il non professionismo”   
di Iacopo Iadarola

Per una recensione dell’ultimo spettacolo dei Menoventi, compagnia emergente fra le più interessanti in Italia, si veda l’articolo che abbiamo scritto sulle pagine di O.
Ora invece abbiamo fatto qualche domanda a Gianni Farina, coautore dei testi insieme agli altri due membri della compagnia: Consuelo Battiston e Alessandro Miele.
Gianni è un ragazzone del ravennate, e il sangue gallico si vede più che nei lineamenti da allobrogo, nelle sue idee mistiche e libertarie. A 18 anni aveva costruito una casa da sè, ma poi ha preferito andare a vivere in una macchina. Ora fra studi approfonditi dell’iconologia di Semiramide e di misteriosi fenomeni tellurici (i “mitspoeffers”), fa il cameriere in un locale romagnolo dove servono cioccolata contenente oro. E’ un vulcano di idee, e io m’improvviso Plinio il vecchio.

Cosa pensi dell’attuale scena teatrale italiana?
La vedo nettamente divisa in due parti, non scopro niente di nuovo. C’è il teatro che gira, che funziona, che conviene e c’è il teatro di qualità, da tempo in agonia. Non vorrei dilungarmi troppo sulla genesi di questo meccanismo ormai consolidato poiché non è molto differente dalla logica che ha scavato la fossa del cinema o della musica o della letteratura: stupidità di massa, assoluta dipendenza dai modelli televisivi, applauso facile eccetera. Vorrei piuttosto fare alcune considerazioni sulle possibilità di sopravvivenza delle realtà fuori mercato. Ad aggravare la situazione del teatro c’è la constatazione, valida anche per Ronconi o Claudia Koll, che gli incassi non coprono quasi mai le spese, nonostante i mostruosi biglietti a 30 euro. Quindi tutti si sostentano con contributi di vario genere e se questi non bastano o non ci sono proprio, il lamento sale alto. Ma a chi chiediamo aiuto? Ad un apparato che spesso contestiamo, a banche e fondazioni che aborriamo, a sponsor o enti che gioiremmo nel vederli affondare. E ci si lamenta che il loro denaro non arrivi nelle nostre tasche. Metto subito le mani avanti: la nostra compagnia non gode di nessun finanziamento e se troveremo dei soldi li prenderemo al volo, però se questi non giungono proprio dai brutti e cattivi non mi stupisco. Mi chiedo: Esiste un fund-raising ‘etico’? Ci sono molte proposte per una sopravvivenza alternativa, fantasiose o meno, ma tengano sempre presente gli amici ed i colleghi tutti che una soluzione c’è, solo che non piace a nessuno: il non professionismo. Penso al lavoro del Teatro delle Macerie, una giovane compagnia di sconosciuti che ha creato uno spettacolo di qualità lavorando fuori dalle logiche e dai tempi del mercato. Antonio è magazziniere e Marco insegnante. Non è possibile confonderli con la classica compagnia dialettale che scimmiotta, senza peraltro averne i mezzi, il teatro di giro; questi fanno sul serio. Solo che lo fanno, come noi fino ad ora, gratis. Senza lamentarsi, tanto a cosa serve se pensiamo che il nostro punto di riferimento è Rutelli? io continuo a fare il cameriere ed il clown. Spero un giorno di diventare professionista, per carità, ma intanto porto o rompo i piatti.

E per quanto riguarda gli organizzatori?
Ecco, mi lamento. Non resisto, mi fanno incazzare. Accetto delle condizioni miserevoli, o addirittura la gratuità, ma non sopporto i moltissimi che si vantano di dare spazio alle realtà emergenti, agli ‘outsider’, solo per mascherare o giustificare l’assenza di mezzi. Questi, prova provata, appena hanno qualche soldo per la loro rassegna, si dimenticano della bella gioventù che li ha fatti conoscere e puntano dritto ai soliti grandi e pallosissimi nomi. Ci sono poche eccezioni.

In un clima in cui tutti producono arte, forse il vero artista non conta tanto sulla propria opera ma sulla propria vita. Non nel senso dannunziano del “vivere la propria vita come un’opera d’arte” ma nel senso che la vera opera d’arte ha un messaggio che ne trascende i limiti e coinvolge l’esistenza stessa dell’artista. Ciò in realtà è molto raro, e assistiamo a una miriade di artisti che, iperprovocatori nelle loro opere, nella propria vita non deragliano di una virgola da una comunissima esistenza consumista e qualunquista.
Sono d’accordo, ma se stiamo attenti è possibile scorgere nell’opera la menzogna. E’ una questione di linguaggio, a mio avviso, non di contenuto. Facile capire come provocare, ancora di più se si parla la stessa lingua dell’oggetto che si vuole colpire. Più difficile è inventare un’alternativa che parta da una visione completamente diversa e che per questo utilizzi dei segni diversi. Poi c’è Bataille, che dice che non ha senso per l’arte moderna giudicare i portavoce del mondo, al più potrebbe cercare di persuaderli. Non è un’astrazione, c’è molta concretezza: hanno avuto qualche esito gli attacchi di Moore alla presidenza Bush? No. Chi va a teatro per vedere il comico di sinistra che imita Berlusconi? Sono forse i suoi elettori? No. E’ molto semplice. Non sorge la questione estetica o morale se l’arte debba o non debba contenere un messaggio, una proposta sociale o politica. Il fatto è che non c’è proprio nessun risultato, anche a volerlo fare. Il nostro spettacolo contiene alcune domande sul senso di certe convenzioni, certi rituali quotidiani, che si palesano anche nell’esile trama del lavoro, ma non ne sono il fondamento. E’ solo un pretesto, qualcosa bisogna pur raccontare se hai deciso di lavorare attraverso una storia. Ma è l’atmosfera creata il centro di In festa, uno spettacolo non dichiarato nelle intenzioni che anche le signore in pelliccia hanno visto. E chissà, forse hanno messo in discussione qualcosa proprio perché non attaccate direttamente, non con il linguaggio che gli è proprio, ma questo è un corollario.

E come è nato In festa?
Durante il lavoro con le Albe, io e Consuelo conosciamo Alessandro e decidiamo di fare qualcosa insieme. Non sapevamo bene cosa, c’era soltanto qualche immagine, qualche lampo, di cui quasi niente è rimasto. Leggevamo e improvvisavamo di tutto per cercare di inquadrare l’oscuro oggetto del desiderio. Non ci siamo ancora riusciti. Dopo due anni di incontri saltuari, a causa della distanza e della mancanza di spazi, troviamo finalmente ospitalità da Capotrave, una compagnia toscana, e ci dedichiamo con continuità allo spettacolo. All’inizio era tutto più marcato, più grottesco. C’ero anche io in scena e mi rapportavo agli altri chiarendo troppo con la mia presenza i loro ruoli. Le lunghe soste tra gli incontri comunque ci hanno permesso di far sedimentare con calma le cose, di rientrare freschi sui materiali costruiti e, non ultimo, di costruire 1700 biscotti di polistirolo! Ricordo bene come venne l’idea del semaforo: ero in macchina, fermo da diversi minuti col rosso. Avevo fretta e c’era alla radio un brano di non ricordo chi, forse Brahms: abbastanza cupo, quasi arrabbiato, come me. Dopo interminabile attesa scatta il verde e parto, la musica intanto si apre, diventa maestosa ed allegra ed io mi sento fortunato ed energico come non mai, lanciato finalmente verso la meta! Poi mi rendo conto di quello che mi stava succedendo: un cambio di colore, un’attesa imposta e la sua risoluzione…ho accostato e mi sono fermato, soffocavo nell’abitacolo. Mi sentivo così stupido! Questo è l’unico elemento portato a priori sulla scena, tutto il resto è nato dalle improvvisazioni degli attori, compreso il novanta percento del testo. Siamo partiti dalla sensazione che volevamo esplorare, dal disagio di cui non sapevamo, e non sappiamo con precisione l’origine. Silenzio e attesa. C’erano pause lunghissime nel primo studio di venti minuti. Poi il racconto del pitone ingrato, i biscotti, i manichini, e solo alla fine, quasi per caso, l’idea che i regali degli ospiti possano essere un altro mezzo di controllo, ancora più spietati del semaforo. Per ultimo il finale, che lo cambiamo spesso, c’è un problema che non afferriamo e ogni volta ci viene l’idea illuminante che ci piace per due mesi, poi basta.

La prossima rappresentazione di In festa si terrà a Salerno dal 17 al 20 marzo, Teatro San Genisio. Per info www.menoventi.com, o si chiami pure il numero 3334064989.Iacopo Iadarola

La cara amica Beatrice Buzi, collaboratrice della rivista “Lo Straniero”, diretta da Goffredo Fofi, ha assisitito alle prove aperte faentine lo scorso 14 Dicembre. Ci ha spedito un commento che ci è piaciuto molto e che riportiamo qui sotto. 

Gli invitati sono assenti. Assenti da sempre. Ad ogni squillo di campanello entrano ogni volta come loro delegati dei pacchi regalo. Il meccanismo non si ferma, la routine delle formalita’ si realizza nei minimi dettagli. Dall’uscio non entra nessuno e dal vuoto delle scatole la donna estrae l’ennesimo paio di guanti di lattice, un pezzo dell’ingranaggio, in regalo. La festa e i suoi preparativi sono l’ennesima messa in scena, e se ne esibisce il vuoto tragico come trama essenziale.

L’assenza degli invitati e la mancanza di un qualsiasi dialogo sensato rendono questo vuoto via via più irritante. L’assurdo incalza e si rivela ad ogni gesto, in ogni battuta, nelle forme più proprie dei rituali familiari, acquisiti, imposti, senza scampo. Gli ingranaggi interni ai meccanismi della routine sono esibiti da subito. Da sempre. Come il gocciare del rubinetto che perde, che rintocca il tempo dell’assurdo. O il semaforo posto sul fondo della scena, che accende inesorabile le sue luci, imponendo i suoi divieti e dettando le sue licenze. Come gli ingranaggi seguono il senso della routine , così i gesti eseguono il loro rituale domestico.

L’azione della donna e quella dell’uomo si fanno più frenetiche di fronte a questa assenza divenuta insopportabile. Viene messa a nudo e portata all’esasperazione la ripetitività dei gesti quotidiani (lavare i piatti , sistemare i biscotti, buttare lì una chiacchiera, attendere..), quella fitta rete di obblighi che noi stessi ci imponiamo e in cui intendiamo, alla fine, sopravvivere. La donna comincerà a scagliare rabbiosamente i piatti di vetro a terra, uno dopo l’altro e a seguire con lo sguardo la fuga dei vetri impazziti, mentre l’uomo fagocita avidamente l’ordinato castello di biscotti, sbriciolandolo con violenza. La festa avrà inizio, e la rovina si compierà in una danza psichedelica, dionisiaca e liberatoria. Successivamente, nel silenzio finale, il semaforo verrà abbattuto.

L’uomo-automa deve guardare se stesso per autodistruggersi . L’assurdo si lascia ascoltare. Bisogna ascoltarlo nella goccia del rubinetto che ne scandisce i tempi, e guardarlo nel lavorìo sordo e nei dischi colorati del semaforo. Bisogna riceverlo nel vuoto delle relazioni sociali, sentirlo nell’ individuale incapacità di reagire e nella sotterranea complicità di questa impotenza. Bisogna guardarlo, finalmente, a partire dall’esasperazione dei suoi stessi dispositivi, quelli che noi scegliamo con i gesti più semplici e che ci rendono ogni giorno inesorabilmente complici.

 

 

Menoventi presenta:

 

LA CANTATRICE CALVA

Laboratorio teatrale

“Che la gente si impadronisca di quel che avete fatto, lo arricchisca, lo trasformi in qualcos’altro, che il testo non sia più sé stesso ma la sua interpretazione, trasformazione, risonanza, non più un testo ma un pretesto, tutto ciò mi conforta e, allo stesso tempo, mi libera. Non ne rispondo più.” (IONESCO).

Sono sufficienti le parole dello stesso Ionesco, in occasione de I quindici anni della mia “Cantatrice”, per descrivere l’impostazione del nosto laboratorio: utilizzare in primo luogo un testo come pretesto, cucirlo sulla pelle degli attori che lo interpretano e far sì che esso sia l’occasione per lavorare su di un tema.

La scelta de “La Cantatrice calva” come testo pilota del laboratorio nasce dalla simbiosi che esso mostra sia sul piano del linguaggio che su quello dei contenuti con la poetica teatrale che i Menoventi stanno ricercando.

La compagnia Menoventi inizia il suo lavoro meditando attorno ad un interrogativo semplice ma carico d’angoscia:

Manca qualcosa, cosa? Cos’è questa vaga sensazione di vuoto che ci prende di tanto in tanto?

Simile è l’intuizione che spinge Ionesco alla stesura del suo primo testo teatrale, La cantatrice, in cui, come egli stesso dice, cerca di mettere a vuoto il meccanismo teatrale, di parlare del vuoto senza nominarlo, mostrandolo, cioè, attraverso il suo opposto: la realtà elementare, ovvia, piatta, senza spessore, ricca, ma di forme vuote, soffocante e allucinatamente realistica nella sua assurdità.

Gli Smith e i Martin, i principali protagonisti del testo, si lasciano vivere, non dubitano di nulla, sono il prototipo dell’automa decervellato che il mondo di oggi si sforza di duplicare, l’emblema del piccolo borghese universale, quello che non dipende da una classe sociale, ma da un ipocrita modo di pensare, quello che ama riempirsi di ovvietà, quello privo di orizzonti, barricato nelle sue vuote “verità elementari” con la serena e felice certezza di chi appartiene ad un’artificiale perfezione.

In questa “anti-commedia”, apparentemente priva di risvolti psicologici, comica eppure pervasa da un sentimento d’angoscia, i personaggi sembrano non essere coscienti del loro dramma, sembrano non accorgersi della morsa in cui la loro realtà li co-stringe. Sono inquietanti fantocci, conchiglie vuote che le onde trascinano, schemi ormai senza contenuto in una società che continua a portarsi appresso delle ampolle di essenze irrimediabilmente evaporate.

Anche dal punto di vista linguistico le parole diventano contenitori privi di sostanza dal sordo e inquietante suono, si deformano, vengono mutilate, organizzate in bizzarri giuochi di rime e assonanze, incapaci di svolgere l’originale funzione comunicativa, perdono di senso fino a divenire puri strumenti sonori.

Questi sono i principali ingredienti del gustoso pastiche linguistico realizzato da Ionesco, espressione della confusione che regna in spiriti – i personaggi dell’anticommedia e attraverso questi l’umanità – opachi e meschini, raramente padroni di sé, spesso doppi, sempre naturalmente ipocriti e impegnati a ingannare anche se stessi, schiavi di un automatismo psichico che procede con un moto naturalmente accelerato verso il delirio, esilaranti e sconcertanti nella loro assurda ovvietà.

In maniera raffinata Ionesco maschera l’inquietudine sotto il leggero velo dell’ironia, con una comicità mai fine a se stessa, ma costantemente legata ai tipi messi in scena e al processo che l’autore fa loro subire.

IL LABORATORIO

Intendiamo lavorare su “La Cantatrice calva” scegliendo insieme ai partecipanti del laboratorio delle scene da riscrivere, da reinventare, alle quali mescolare situazioni nuove, improvvisando, lavorando sulle connessioni assurde, comiche e tragiche allo stesso tempo, sull’incomunicabilità dei personaggi, sulla distruzione ludica delle parole, del linguaggio e della stessa concezione di commedia.

Intendiamo lavorare sul teatro ioneschiamo attraverso l’esperienza che la compagnia Menoventi ne ha fatto.

FASI DI LAVORO 

6 giorni di laboratorio durante i quali i ragazzi lavoreranno insieme e, successivamente, divisi in gruppi per costruire delle singole scene. L’obiettivo è quello di ricostruire almeno una scena per gruppo de “La Cantarice calva”. Nell’ultimo giorno ogni gruppo mostrerà agli altri membri del laboratorio il frutto del proprio lavoro.

 

Primo giorno: 4 ore. Lavoro collettivo. I ragazzi dovranno proporre un pezzo teatrale. Esercizi di gruppo serviranno a mostrare le caratteristiche artistiche dei componenti. Al termine della giornata di lavoro verranno formati dei gruppi e, scelte le scene su cui lavorare, verranno assegnate le parti.

Secondo e terzo giorno: 5 ore. Dopo un riscaldamento collettivo, i gruppi si divideranno per iniziare a lavorare d’improvvisazione sulle scene ed i personaggi loro assegnati.

Quarto e quinto giorno: 5 ore. Dopo il riscaldamento collettivo, i gruppi si divideranno per costruire le scene su cui stanno lavorando.

Sesto giorno: 4 ore. I ragazzi mostreranno ai compagni il frutto finale del loro lavoro. I vari mini-spettacoli, secondo una scaletta stabilita con i conduttori del laboratorio, si succederanno all’interno della lezione conclusiva.

 

Eventuali cambiamenti di orari che possono dipendere dal numero delle adesioni saranno comunicati prima dell’inizio del laboratorio.

“Si può pensare che un romanzo o una commedia siano semplicemente quel che gli altri ne fanno.” (Ionesco).

menoventi

biscotto

 

LABORATORIO TEATRALE

‘LA BALZA’

 

“Esisterebbe, vi là vi là, un pozzo profondissimo; e nel pozzo sarebbe, da millenni, chiuso un delfino. Ogni tanto al delfino viene nostalgia del mare; e allora il delfino si sbalestra contro il muro della sua prigione, e si lamenta: lo squassar dell’acqua e il lamento chiamano cento echi, e via li scatenano giù dai dirupi, lontano dalla pianura, a salutare le libere agognate strade dell’onda marina.” (DE NARDIS 1924).

 

L’OGGETTO

C’è un “fenomeno acustico della terra e dell’atmosfera” molto interessante e suggestivo, per quanto poco conosciuto. Data la sua origine incerta, sismologi e meteorologi studiano il caso con interesse da un secolo a questa parte (anche se le prime testimonianze scritte sono del XVII secolo), senza tuttavia aver trovato una spiegazione convincente. A rendere più complicato il loro compito vi è un costante aumento dell’inquinamento acustico, per cui le fonti di osservazione di tali studiosi sono per forza di cose legate ad un passato silenzioso, alle testimonianze del popolo e soprattutto dei contadini. Questa ricerca di fonti orali ed antiche, ha quindi avvicinato lo studio scientifico a credenze tradizionali ormai estinte.

Tale manifestazione acustica può essere udita talvolta sotto forma di un rombo cupo e prolungato, talaltra come una detonazione, nelle più svariate condizioni meteorologiche. Essa prende il nome in Romagna di ‘Trabusso’ o ‘Mugghio della Balza’; in altre regioni d’Italia è nota come ‘Marina’ oppure ‘Brontidi’. A livello internazionale il termine scientifico convenzionalmente adottato è quello di ‘Mitspoeffers’: in fiammingo ‘rutti del mare’. I Mitspoeffers sono attestati su scala mondiale nelle zone più disparate: oltre che in molte regioni italiane, li troviamo infatti segnalati nel Nord Europa, in India (dove sono noti come ‘Barisal Guns’), negli Stati Uniti, in Giappone (‘Uminari’). A livello locale, il ‘mugghio della Balza’ era noto soprattutto nell’appennino faentino e forlivese; generalmente lo si associava a repentini cambiamenti climatici e la provenienza del rumore era supposta nelle gole del M.Falterona o nelle campagne del brisighellese (dove esiste una località che avrebbe appunto dato il nome al rumore: ‘la Balza’).

IL LAVORO

La percezione di questo fenomeno e ciò che è in grado di suscitare nell’ascoltatore è il cardine di questo laboratorio.

Un suono profondo e sconosciuto irrompe ed interrompe per alcuni istanti la successione ordinaria delle nostre azioni; si crea una sospensione, una parentesi nella vita quotidiana, una frattura nella realtà che percepiamo comunemente. Questa è senz’altro un’occasione per scrutare oltre lo “strappo nel cielo di carta”.

La Balza è caratterizzata dal suo introvabile punto di origine: Il tremendo pozzo dove è imprigionato questo infelice delfino sembra cambiare posizione in base agli spostamenti del ricercatore; l’unico fattore costante nella ricerca della sorgente, è che questa è situata in basso, nelle profondità dell’abisso (un altro nome popolare è infatti “la Gorga Nera”).

L’intenzione di questa discesa nel “mondo infero” sotteso alla nostra coscienza, non è quella di modificare con atto erculeo lo stato dell’animale imprigionato, ma piuttosto quella di ascoltarne il lamento, il Trabusso, ed accordarci con esso in un rivelatore “canto orfico”.

A livello pratico questo si traduce in un lavoro dapprima individuale e poi collettivo per ricercare un modo di mettere in scena questa inafferrabile sospensione. Dopo questa fase di indagine, sviluppata attraverso esercizi mirati, ricerche individuali ed improvvisazioni guidate, si cercherà il comune denominatore dei materiali ottenuti, dal quale si estrapoleranno le direttive per una messa in scena. Questo filo conduttore potrà essere ancora legato alla tradizione della Balza (interessanti gli spunti offerti dal De Nardis o più recentemente da E.Baldini) oppure distaccarsene, mantenendo con questo mito il rapporto tematico, ma trovando intuizioni e formalizzazioni in testi di ogni gernere.

Ad esempio, per rimanere nell’ambito del genere drammatico, le pause pinteriane sono potentissime evocazioni di questo tipo, oppure la prigionia di Semiramide ne “La figlia dell’aria” di Calderon de la Barca, che ha molto in comune con la leggenda romagnola. Nella letteratura troviamo le opere degli antiutopisti, o della Morante, di Pasolini, Bontempelli e diversi altri ancora. Vasto è il campo, ma non infinito. Questa è una condizione ottimale per trovare un buon riferimento di appoggio al lavoro.

 

IL PROGRAMMA

Esploreremo diverse tecniche analizzando gli elementi a disposizione dell’attore. Ogni esercizio sarà finalizzato alla messa in scena e sarà supportato dalle suggestioni del nostro tema guida.

 

  • Lo spazio

  • La voce

  • Il ritmo

  • Il corpo ed il respiro

  • Il comico, il grottesco, l’assurdo

  • L’improvvisazione guidata

 

Alcuni dei punti elencati verranno affrontati in modo diretto attraverso esercizi o brevi chiacchierate; altri (la maggior parte) saranno dei check point non cercati, ma inevitabilmente incontrati nel percorso della messa in scena. Infatti è solo lavorando ad un progetto che preveda l’incontro con il pubblico che si può scoprire di che cosa è fatto il teatro, cosa serve conoscere o saper fare; inoltre ogni spettacolo è diverso e richiede una preparazione specifica, per cui il laboratorio non sarà affrontato come un passaggio di conoscenze, ma piuttosto come uno scoprire insieme, un cercare nel vuoto.

 

 

menoventi

IN FESTA

SALERNO - Teatro San Genisio, vicolo Guaiferio

per info: 333-4064989

 in festa

Di Consuelo Battiston, Gianni Farina, Alessandro Miele

“Solo di quando in quando,

in certe interminabili sere,

un’occhiata dall’altra parte,

alla finestra illuminata

dove vivono altri,

e la vaga sensazione

di essersi persi qualcosa.” (H.M.Enzensberger)

Manca qualcosa.

Cosa? Non si sa, ma la consapevolezza di questo è già qualcosa, no?

Questa festa è il tentativo, estremo ed inconsapevole, di colmare un vuoto; è la ricerca di un semaforo sempreverde; è la soppressione liberatoria di un disagio inesprimibile.

Questa festa è forte e decisa come una stretta di mano, ma qui sorge un dubbio: decisa da chi?

Un cinico Semaforo incombe sulla scena ed il Campanello, tremendamente puntuale, eppure tanto gentile, attraverso biglietti di amici cari e bei regali colorati, mantiene l’ordine delle cose con minuzioso interesse.

Gli ospiti tanto attesi sono incompleti, mancanti: a volte entra una mano da stringere, una spalla su cui dare pacche amichevoli, due guance da baciare: l’essenziale. Per loro si compie il rituale della barzelletta, si innalzano torri di biscotti, si sacrificano piatti innocenti.

E quando meno te lo aspetti, dall’ombra, sussurrando, affiorano pensieri, dubbi, ricordi.

“Ma tu non te ne avvedi,Tu dici:

io apro gli occhi e vedo quello che c’è.”

GENESI DI UN PROGETTO 

 

Autoprodotto, non commissionato e spontaneo come un rutto, IN FESTA procede lentamente per la sua strada, ignaro dei tempi imposti dal mercato; ancora oggi lo consideriamo strutturato ma aperto.

Questo lavoro, iniziato nell’Agosto 2004, nasce dall’esigenza di esplorare una sensazione non chiara, indefinibile a parole, che si avvicina ma non si esaurisce nel concetto di vuoto.

La messa in scena di tale nebuloso concetto chiedeva a gran voce chiarimenti, esemplificazioni, simboli concreti.

E’ così che si sono evidenziati alcuni aspetti di questa vaga sensazione di disagio: l’impressione di un controllo esterno sulle nostre azioni; l’impossibilità del cambiamento se non si rompono i legami con la realtà artificiale in cui siamo immersi; il bisogno di profondità, di silenzio, di inazione, di amoralità necessario per percepire l’ombra nascosta delle cose.

Tutto questo non è mai dichiarato o detto esplicitamente. Si avverte chiaramente però, che nella vita delle due figurine al centro della storia, qualcosa non va; che magari si è riso delle strane coincidenze che li perseguitano, ma non c’è proprio niente da ridere; che il calore dei personaggi, in cui forse ci riconosciamo, è generato da una fiamma fredda, freddissima,

a –20°.

RIFERIMENTI

 

 

Il linguaggio utilizzato per raccontare una storia semplice ed essenziale, che ripercorre a tratti il plot de “Le sedie” di Ionesco, è in continuo mutamento. Dopo una prima parte rarefatta, sospesa, che allude ad un quotidiano impossibile e la cui atmosfera richiama le visioni di De Chirico, il ritmo dello spettacolo aumenta, passando dalle invocazioni dei personaggi a quelle di Beethoven, fino al momento topico, la festa: una esplosione visiva più vicina ad una tela futurista, freneticamente sostenuta dal suono rivelatore dei Radiohead.

Recensione di Renato Palazzi

A Milano, da qualche mese, c’è un nuovo spazio teatrale che - un po’ per necessità, un po’ per scelta culturale - si dedica soprattutto ad accogliere gruppi giovani e poco noti, esordienti, proposte anomale e curiose che per mancanza di esperienza e relazioni non hanno trovato sbocchi sulle altre ribalte cittadine.

Questo interessante approdo degli esclusi si chiama PIM, ed è gestito da un’attrice, Maria Pietroleonardo, e da un regista, Massimo Bologna. Si trova in una classica area ex-industriale di via Tertulliano, un capannone ricoperto di vetrate, con una sala di cento posti rimessa in sesto quanto basta, spoglia ma accogliente.

Sono andato ad assistere al lavoro di un regista davvero ai primi passi, il romagnolo Gianni Farina, il cui gruppo ha un insolito nome «climatico», Menoventi. Il suo spettacolo, In festa, scritto coi due attori, Consuelo Battiston e Alessandro Miele - nato in realtà in buona parte dalle loro improvvisazioni - ha tutti i difetti e tutti i pregi delle «opere prime»: l’approssimazione stilistica, la tendenza ad accumulare modelli espressivi diversi, prendendo un po’ di qua e un po’ di là, ma anche l’enorme carica di freschezza, la voracità di chi si sta appena affacciando al teatro e sente il vitalissimo bisogno di mettere insieme tanti punti di riferimento.

La sua caratteristica più singolare è il richiamo, consapevole o meno, a un patrimonio all’apparenza niente affatto generazionale come il mondo del teatro dell’assurdo, e specialmente di Ionesco. Non è solo per il fatto che la trama del testo - l’attesa di una festa i cui partecipanti non arriveranno, o arriveranno solo sotto forma di scatole con improbabili doni, o di parti anatomiche staccate, una mascella, un torso, un sedere - ricalca vagamente quella de Le sedie: piuttosto ioneschiani sembrano anche l’invadenza degli oggetti e certi toni surreali del dialogo, «hai invitato gli invitati?», «ho inviato gli inviti», «prepariamo i preparativi».

Questo gusto del pastiche linguistico si mescola poi con l’incombere di un’invisibile autorità superiore - rappresentata da un semaforo che a seconda del colore autorizza o blocca le azioni dei personaggi - di matrice chiaramente beckettiana, mentre il dilagare per la scena di biscotti, cocci di piatti rotti, pozze d’acqua riversate da un lavandino fuori controllo fa pensare a situazioni tipiche di Rodrigo García: e tuttavia, dietro questo disordinato sovraccarico di rimandi e citazioni, si colgono notevoli intuizioni come quella degli ospiti incompleti, e palpita un inesprimibile disagio che spinge nell’angoscia il vuoto dei rituali quotidiani.

Nuove opportunità per i giovani che sognano di lavorare nel mondo dello spettacolo e dei grandi eventi: ACTL, con la collaborazione di “Glamour” e Montblanc, conclude l’ottava e ultima puntata del progetto “Uno stage per il tuo futuro”, iniziato a ottobre, che prevede l’opportunità per i giovani di muovere i primi passi nel lavoro attraverso un’esperienza di stage presso aziende leader nei rispettivi settori di attività.

Il progetto offre 24 stage presso case di produzione cinematografica e televisiva, televisioni, radio, agenzie di comunicazione specializzate nell’organizzazione di eventi e aziende che operano nel settore dell’entertainment.

Tra i gruppi e le aziende che si sono rese disponibili ad ospitare giovani per i tirocini formativi, vi sono The Walt Disney Company S.p.A., Teatro Della Tosse, Fondazione Luzzati, Lunatik, Paramount Home Entertainment Italy, Superstudio Group, Morgana Production, NextMediaLab, Event Sound Promotion, Sport&eventi, Mir Cinematografica, Parco della Standiana, Mirabilandia, Sgrauso, Fondazione Arezzo Wave Italia, Travolti dagli eventi, Autodromo Nazionale di Monza, Sias S.p.A.

I giovani selezionati potranno maturare un’esperienza qualificante come assistente di produzione e regia, organizzatore e promotore di eventi musicali, sportivi, d’arte di moda e design, supporto all’ideazione e realizzazione di format televisivi, mixer audio e video, assistente area marketing e ufficio stampa.
Ai partecipanti sarà offerta ospitalità nelle sedi aziendali di Milano, Roma, Genova, Arezzo, Grumello del Monte (Bergamo), Savio (Ravenna), Monza per un periodo di stage da tre a sei mesi.

Per partecipare è necessario compilare il coupon pubblicato su “Glamour” di giugno e allegare il proprio curriculum vitae. Tutto dovrà essere inviato a: Sportello Stage - ACTL, Viale Bligny 23/a, 20136 Milano.

Il bando è disponibile presso le principali università italiane, è consultabile sul sito www.sportellostage.it ed è pubblicato sul numero di “Glamour” di giugno.

A cura di Francesco Boni de Nobili

È una temperatura.

Guardando al contrario il termometro del salotto, puoi constatare che è la temperatura di casa tua, cambia solo il punto di vista: “In realtà sta a capo all’ingiù la realtà”.

A malincuore oggi si può dire che Bradboury era un ottimista.
Per incendiare la cultura basta meno, molto meno. Menoventi, appunto.

Infine, Menoventi è la temperatura della nostra sala prove: aiuto caldo teatrino cercasi. Solo perditempo, no referenziati, no automuniti specie se immatricolati.